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Le unioni civili e la responsabilità penale. Featured

13 June 2016

La Legge 20 maggio 2016, n. 76, meglio nota come Legge Cirinnà, ha istituito “l'unione civile tra persone dello stesso sesso quale specifica formazione sociale ai sensi degli articoli 2 e 3 della Costituzione”.

La norma rappresenta dunque una rivoluzione per il nostro ordinamento.

Quello che è noto a tutti è che la Legge, sebbene ridimensionata rispetto all’impianto iniziale, ha espressamente riconosciuto alcuni dei “diritti” civili da sempre rivendicati dalle coppie omosessuali.

Quello che, invece, forse, non tutti sanno è che la norma disciplina anche una serie di obblighi.

Cosa accadrà, allora, nel caso in cui questi obblighi non saranno rispettati? Saranno ipotizzabili, in tal caso, profili di responsabilità penale?

Sul punto, deve subito evidenziarsi che alcune disposizioni penali, sinora applicate, per espresso dettato normativo, ai coniugi, al matrimonio ed alla famiglia “tradizionale”, troveranno applicazione anche per le unioni civili e ciò riguarderà sia i precetti (codicistici e non) sia le disposizioni di favore pure previste in materia penale.

La Legge Cirinnà, infatti, pur non occupandosi espressamente del tema, ha comunque genericamente stabilito che:

  • “con la costituzione dell'unione civile tra persone dello stesso sesso le parti acquistano gli stessi diritti e assumono i medesimi doveri; dall'unione civile deriva l'obbligo reciproco all'assistenza morale e materiale …” (art. 1, comma 11)
  • e soprattutto che “al solo fine di assicurare l'effettività della tutela dei diritti e il pieno adempimento degli obblighi derivanti dall'unione civile tra persone dello stesso sesso, le disposizioni che si riferiscono al matrimonio e le disposizioni contenenti le parole «coniuge», «coniugi» o termini equivalenti, ovunque ricorrono nelle leggi, negli atti aventi forza di legge, nei regolamenti nonche' negli atti amministrativi e nei contratti collettivi, si applicano anche ad ognuna delle parti dell'unione civile tra persone dello stesso sesso” (art. 1, comma 20)

Non è questa la sede per soffermarsi su questioni di diritto quali il rapporto tra l’opzione legislativa di cui al suddetto comma 20 ed il principio di legalità in uno coi relativi corollari, su cui dovrà evidentemente confrontarsi la giurisprudenza caso per caso.

Interessa invece rilevare che, da oggi, anche i soggetti uniti civilmente potranno essere chiamati a rispondere di alcune ipotesi di reato tra le quali si segnalano, in particolare, la “violazione degli obblighi di assistenza familiare” (art. 570 c.p.), i “maltrattamenti contro familiari e conviventi” (art. 572 c.p. -già applicabile appunto ai conviventi-), l’ “abbandono di persone minori o incapaci” (art. 591, comma IV, c.p.), l’ “induzione, favoreggiamento e sfruttamento della prostituzione” nel caso in cui siano commesse dal marito/partner unito civilmente (artt. 3, 4 l. n. 75/1958), ed infine, la “violenza sessuale aggravata” (art. 609 bis c.p. e ter c.p., comma 5 quater) così come lo “stalking” (art. 612 bis, comma 2, c.p.), disposizioni, quelle dell’art. 609 e 612 bis c.p., delle quali è comunque già prevista l’aggravante nel caso in cui l’autore del reato sia o sia stato legato da relazione affettiva alla vittima.

Ciò detto, è vero pure che molte disposizioni di favore riconosciute sinora al coniuge, potranno trovare applicazione anche nel caso delle unioni civili: si pensi alle circostanze attenuanti o alle cause di non punibilità previste dal codice penale per alcune ipotesi di reato. Così come alcune disposizioni processuali in tema di nomina difensiva, d’incompatibilità, di testimonianza o di esercizio dei diritti della persona offesa dal reato.

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