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sentenze (3)


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L'ingiuria è ancora reato se commessa da un militare di grado superiore ad un altro di grado inferiore.

Come è ormai noto, l'ingiuria rivolta ad un'altra persona non è più da considerarsi un reato, comportando, al più, il diritto per chi l'ha subita, ad un equo risarcimento del danno.
Tuttavia, ciò non vale per le offese che un militare di grado superiore rivolga ad un militare di grado inferiore.
Ed infatti, le norme che disciplinano nel codice penale militare di pace, all'art. 196, queste condotte rispondono ad esigenze diverse, pur essendo, nella sostanza, molto simili.

Questo è quanto stabilisce la Corte di Cassazione, con la sentenza n.  17830/17, rilevando che "non può negarsi che il delitto di ingiuria ad inferiore presenti profili di similitudine con quello comune di ingiuria" ma che, l'ingiuria ad inferiore, in ambito penale militare, mira a tutelare oltre all'onore ed al decoro di una persona, anche la disciplina militare, elemento specializzante del reato.

In particolare, precisa la Corte, che l'incriminazione dell'ingiuria fatta da un militare di grado superiore ad un suo subordinato  "risponde ad esigenze di salvaguardia dell'ordine e della disciplina militare che riceve dall'art. 52 della Costituzione, comma 3, copertura costituzionale laddove stabilisce che "l'ordinamento delle forze armate si informa allo spirito democratico della Repubblica", che assegna rilievo ai diritti inviolabili della persona anche nel contesto lavorativo e nel rapporto di dipendenza gerarchica".

 


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La III Sez. della Suprema Corte, contrariamente alle Recenti Sentenze (Cass. Pen. Sez. III, 2015/09/17 / 2016/01/20 n. 210 e 25 gennaio / 26 febbraio 2016 n. 7914) , e sulla scia della Corte di Appello di Milano ha anch'essa sollevato la Questione di legittimità con Riferimento alla cd sentenza Taricco della Corte di Giustizia dell'8.9.2015.

Come indicato nella "notizia di decisione" allegata, la Corte "letto l'art. 23 legge 11 marzo 1953 n. 87, solleva la questione di legittimità costituzionale dell'art. 2 della legge 2 agosto 2008, n. 130, che ordina l'esecuzione del Trattato sul funzionamento dell'Unione Europea, come modificato dall'art. 2 del Trattato di Lisbona del 13 dicembre 2007 (TFUE), nella parte che impone di applicare l'art. 325, § 1 e 2, TFUE, dalla quale - nell'interpretazione fornita dalla Corte di Giustizia, 08/09/2015, Causa C-105/14, Taricco - discende l'obbligo per il giudice nazionale di disapplicare gli artt. 160, comma 3, e 161, comma 2, cod. pen., in presenza delle circostanze indicate nella sentenza, allorquando ne derivi la sistematica impunità delle gravi frodi in materia di IVA, anche se dalla disapplicazione, e dal conseguente prolungamento del termine di prescrizione, discendano effetti sfavorevoli per l'imputato, per contrasto di tale norma con gli artt. 3, 11, 25, comma 2, 27, comma 3, 101, comma 2, Cost."


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Si segnala l'allegata pronuncia di merito in materia di “omesso versamento delle ritenute certificate”, con la quale è stato escluso il reato giacchè l’omissione era stata determinata da un’incolpevole carenza di liquidità determinata dal prolungato mancato incasso delle somme dovute dall’amministrazione pubblica.

Nel processo al quale ha preso parte l’Avv. Mauro Tornincasa, difensore dell’imputato, il giudice, all’esito dell’istruttoria dibattimentale, ha infatti, escluso il dolo, avendo la difesa dimostrato documentalmente l’impossibilità della società di far fronte al versamento delle ritenute proprio in ragione dell’inadempimento prolungato nei suoi confronti dell'azienda sanitaria.

Ciò ha determinato l’assoluzione dall’accusa di omesso versamento delle ritenute certificate ex art. 10 bis D. Lgs. 74/2000  


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