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Consapevole che ogni singola questione può involgere diversi profili del diritto oltre che riguardare ambiti distinti da quello legale, collabora stabilmente con altri studi professionali.

Partnership consolidate:

La Legge 20 maggio 2016, n. 76, meglio nota come Legge Cirinnà, ha istituito “l'unione civile tra persone dello stesso sesso quale specifica formazione sociale ai sensi degli articoli 2 e 3 della Costituzione”.

La norma rappresenta dunque una rivoluzione per il nostro ordinamento.

Quello che è noto a tutti è che la Legge, sebbene ridimensionata rispetto all’impianto iniziale, ha espressamente riconosciuto alcuni dei “diritti” civili da sempre rivendicati dalle coppie omosessuali.

Quello che, invece, forse, non tutti sanno è che la norma disciplina anche una serie di obblighi.

La V sez. della Suprema Corte di Cassazione, con la recente sentenza n. 21407, depositata lo scorso 23 maggio ha chiarito che anche l’utilizzo disinvolto e sistematico di facebook per diffamare o minacciare, può concretizzare il reato di “atti persecutori” ex art. 612 bis c.p. (c.d. stalking ).

Potrà configurarsi il delitto di stalking laddove queste condotte, ripetute nel tempo, insieme con altre azioni persecutorie, determinino nella persona offesa un perdurante e grave stato di ansia, di paura o anche solo il timore per l’incolumità propria e/o dei congiunti tanto da indurla a modificare le proprie abitudini di vita.

Così la Cassazione:

La Commissione Giustizia del Senato, lo scorso 4 maggio, ha adottato il testo unificato del disegno di legge n. 2067, con il quale sono previste le modifiche al codice penale, al codice di procedura penale e all'ordinamento penitenziario.

Il testo è visionabile sul sito del Senato della Repubblica al link http://www.senato.it/japp/bgt/showdoc/frame.jsp?tipodoc=SommComm&leg=17&id=00972575#

Ovviamente, si tratta di un disegno di legge ancora all'esame della Commissione, per cui, pur rimandando alla lettura dello stesso, si segnala in questa sede:

Sì segnala la sentenza n. 17418 della III sez. della Suprema Corte, depositata lo scorso 28 aprile. Confermando un precedente orientamento, la Cassazione ha ribadito la possibilità del concorso del commercialista nel reato di emissione di fatture per operazioni inesistenti di cui all'art. 8 D.Lgs. 74/00. Ciò nel caso in cui sia provato che il professionista abbia contribuito, in qualsivoglia modo, alla creazione del meccanismo fraudolento che ha consentito di ottenere false fatture emesse dalla società cartiera da inserire in dichiarazione per abbattere l'imponibile societario. E ció indipendentemente dalla circostanza che poi le stesse siano state o meno inserite in contabilitá: si tratta infatti di reato di pericolo, che, diversamente dall'ipotesi di utilizzo di false fatture, di cui all'art. 2 D.lgs 74/2000 non richiede per la sua sussistenza, l'inserimento delle false fatture in contabilitá.

La III Sez. della Suprema Corte, contrariamente alle Recenti Sentenze (Cass. Pen. Sez. III, 2015/09/17 / 2016/01/20 n. 210 e 25 gennaio / 26 febbraio 2016 n. 7914) , e sulla scia della Corte di Appello di Milano ha anch'essa sollevato la Questione di legittimità con Riferimento alla cd sentenza Taricco della Corte di Giustizia dell'8.9.2015.

Come indicato nella "notizia di decisione" allegata, la Corte "letto l'art. 23 legge 11 marzo 1953 n. 87, solleva la questione di legittimità costituzionale dell'art. 2 della legge 2 agosto 2008, n. 130, che ordina l'esecuzione del Trattato sul funzionamento dell'Unione Europea, come modificato dall'art. 2 del Trattato di Lisbona del 13 dicembre 2007 (TFUE), nella parte che impone di applicare l'art. 325, § 1 e 2, TFUE, dalla quale - nell'interpretazione fornita dalla Corte di Giustizia, 08/09/2015, Causa C-105/14, Taricco - discende l'obbligo per il giudice nazionale di disapplicare gli artt. 160, comma 3, e 161, comma 2, cod. pen., in presenza delle circostanze indicate nella sentenza, allorquando ne derivi la sistematica impunità delle gravi frodi in materia di IVA, anche se dalla disapplicazione, e dal conseguente prolungamento del termine di prescrizione, discendano effetti sfavorevoli per l'imputato, per contrasto di tale norma con gli artt. 3, 11, 25, comma 2, 27, comma 3, 101, comma 2, Cost."

LA CORTE COSTITUZIONALE, con sentenza n. 56 del 11.1.2016/23.3.2016, ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 181, comma 1-bis del decreto legislativo 22 gennaio 2004, n. 42 (Codice dei beni culturali e del paesaggio, ai sensi dell’articolo 10 della legge 6 luglio 2002, n. 137), nella parte in cui prevede «: a) ricadano su immobili od aree che, per le loro caratteristiche paesaggistiche siano stati dichiarati di notevole interesse pubblico con apposito provvedimento emanato in epoca antecedente alla realizzazione dei lavori; b) ricadano su immobili od aree tutelati per legge ai sensi dell’articolo 142 ed».

Ne consegue la parificazione della risposta sanzionatoria (secondo l’assetto già sperimentato dal legislatore al momento della codificazione), con la riconduzione delle condotte incidenti sui beni provvedimentali alla fattispecie incriminatrice di cui al comma 1, salvo che, al pari delle condotte incidenti sui beni tutelati per legge, si concretizzino nella realizzazione di lavori che comportino il superamento delle soglie volumetriche indicate al comma 1-bis.

Pertanto, le condotte sino ad oggi integranti il più grave delitto, ex art. 181, c. 1 bis, lett. a, salvo i casi di volumetria di cui alla lett. b, rientreranno nella più tenue ipotesi contravvenzionale, con la possibilità di applicare ad esse anche l'estinzione in caso di rimessione in pristino, di cui al comma 1 quinquies.

Si segnala l'allegata pronuncia di merito in materia di reati tributari, con la quale è stata stabilita l’impossibilità di riconoscere valore nel processo penale alle presunzioni contenute nei processi verbali di constatazione (PVC) laddove le stesse, non fondandosi su alcuna base empirica, si pongano in contrasto con il requisito della precisione del dato indiziario.

Nel processo per dichiarazione infedele al quale ha preso parte l’Avv. Mauro Tornincasa quale difensore dell’imputato, la Guardia di Finanza, partendo dall'indimostrata presunzione secondo cui chi evade negli anni pregressi, evade anche negli anni successivi, aveva calcolato la c.d. percentuale di sottofatturazione applicata poi all’imponibile fatturato nell'annualità in contestazione.

Si segnala la pronuncia di merito in materia di "dichiarazione infedele", con la quale, per la determinazione del reddito, è stato riconosciuto valore ai costi non contabilizzati (cd "Costi in nero") ma risultanti da elementi certi e precisi.

Nel processo al quale ha preso parte l'Avv. Mauro Tornincasa, difensore dell'imputato, proprio attraverso il riconoscimento dei costi cd "occulti", è stato possibile ottenere la riduzione dell'imposta evasa e la rideterminazione dell'evasione al di sotto della soglia di punibilità prevista dalla norma in contestazione.

Ciò ha Determinato l'assoluzione dall'accusa di dichiarazione infedele ex art. 4 D. Lgs. 74/2000, nei termini di cui all'allegata sentenza.

Si segnala l'allegata pronuncia di merito in materia di “omesso versamento delle ritenute certificate”, con la quale è stato escluso il reato giacchè l’omissione era stata determinata da un’incolpevole carenza di liquidità determinata dal prolungato mancato incasso delle somme dovute dall’amministrazione pubblica.

Nel processo al quale ha preso parte l’Avv. Mauro Tornincasa, difensore dell’imputato, il giudice, all’esito dell’istruttoria dibattimentale, ha infatti, escluso il dolo, avendo la difesa dimostrato documentalmente l’impossibilità della società di far fronte al versamento delle ritenute proprio in ragione dell’inadempimento prolungato nei suoi confronti dell'azienda sanitaria.

Ciò ha determinato l’assoluzione dall’accusa di omesso versamento delle ritenute certificate ex art. 10 bis D. Lgs. 74/2000  

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